VIAGGI, PENSIERI, EMOZIONI
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Friday, December 19, 2008

Dry Dock Ferewell

(taken from http://latestnewsfromthervheraclitus.blogspot.com/)

It has been an extraordinary time working in the dry dock here in Simon’s Town South Africa for the past eight months. For those involved, the project has been an Odyssey of trials, physically and mentally, filled with a plethora of emotions. There is no doubt that we could only have accomplished our goals without the unbelievable amount of support that was made available to us in the Naval dockyard. Our thanks go out to John Sutherland, Gerald Clark, Rear Admiral Louw, Captain Glen Knox and the South African Navy.

On a regular basis, workers from all over the dry dock; from the riggers and machinists to the crane operators, were only too happy to offer advice and help.

We came to know many fellow workers here and cannot thank them enough for all their help and friendship. We wish them all the best in their future endeavours.

John Sutherland of Armscor gifted a most beautiful plaque to the ship, at a reception for our sponsors.

Thank you once again; your hospitality will never be forgotten..

Angels




We could not have been here operating at the dry dock without the help of Benno and Rose Kopfer. The serendipitous meeting of them at the Cape Farmhouse Restaurant which they own http://www.capefarmhouse.co.za/, led to the most generous offer of accommodation for all the crew as their guests next to the restaurant. A close friendship grew between the crew and the family, and we shared many adventures. Being together for eight months the crew are sad to leave such good friends behind but know that we will see each other again, hopefully not to far in the future!Benno and Rose we wish you all the luck with your oasis at the Cape. Until the next time, and we thank you so very, very, much from all of us from the depths of our hearts.

Sunday, December 7, 2008

Yes we float






6 Dicembre 2008
South African Navy Dock
Simonstown
South Africa







Ondeggio.
Avanti e indietro.
Soffia un fortissimo vento, probabilmente intorno ai 40 nodi.
Una mezza luna accesa sopra il mare rischiara la baia, definisce le barche ormeggiate poco lontano, l’enorme nave militare dall’altra parte del molo.
Il rosso del ponte dell’Heraclitus si intravede nei riflessi.
Su e giu’.
Ondeggio da 4 giorni.
L’Heraclitus e’ tornato in acqua.
Lentamente.
Adagiato su una piattaforma di legno.
Come prima di un tuffo in piscina. Ti siedi sul bordo e infili un piede nell’acqua per testare la temperatura. Lo ritiri immediatamente. Pochi secondi dopo lo immergi nuovamente e lasci che il piede si abitui alla differenza di temperatura.
Poi infili l’altro.
Osservi i tuoi piedi sotto il pelo dell’acqua e disegni cerchi, figure.
Pensi.
Quello e’ un bel momento per pensare.
Piedi nell’acqua, voglia di un tuffo, pelle bollente.
Per l’Heraclitus e’ stato cosi’.
Dopo piu’ di 200 giorni fuori dall’acqua e’ tornado nel mare.
Scintillante, pulito, rinnovato.
Eravamo tutti a bordo, eccitati, gli occhi proiettati sull’enorme trattore che doveva trascinarci lungo le rotaie.
Nonostante la potenza del motore le ruote dei blocchi sotto la chiglia non volevano muoversi.
Cemento, sabbia, acqua, polvere, pittura.
Alcuni dei pezzi di metallo che tenevano assieme i blocchi poggiati sulle rotaie hanno ceduto. Un gruppo di operai del dry dock si affrettava a ripristinarli.
Dopo un po’ uno scossone ci ha costretti ad aggrapparci a qualche corda, a qualche barra di metallo per non cadere.
Ci stavamo muovendo.
Eravamo su un binario ma non dentro un treno.
Eravamo i 13+1 che hanno preparato l’Heraclitus per tornare nel mare.
Eravamo increduli.
Un incrocio di rotaie, movimenti e meccanismi ha spostato la barca sopra una piattaforma di legno e pochi minuti dopo abbiamo cominciato a scendere.
I piedi nell’acqua.
Ma era troppo fredda.
E cosi’ siamo tornati su.
Un’altra notte fermi.
Il tuffo e’ rinviato.
Tanto per cambiare, in nome di Heraclitus.
Il giorno dopo e’ quello buono.
Neinte piedi in ammollo.
Tuffo di testa,
Senza esitazioni.
E da allora si galleggia.
E’ incredibile, ma questo vascello rosso e nero, con un nome in poppa e due occhi in prua, galleggia di nuovo.
E l’abbiamo riposrtato in acqua noi,
Ora viviamo, mangiamo, lavoriamo in barca.
E’ la nostra casa e laboratorio,.
E’ il vascello che ci portera’ in Brasile,
La partenza e’ prevista per il 13 dicembre, ma inutile dirlo, tutto cambia.
Un bottiglia di vino appoggiata sul tavolo sotto il timone, che e’ anche la pedana su cui salire per manovrarlo.
Odo risate provenire dalla cucina. \
Qualcuno si sta sistemando la cuccetta.
Avanti e indietro.
Gioco di nodi, tensioni, scricchiolii, maree, banchine.
Ieri eravamo ormeggiati dietro un sottomarino, ma ci hanno costretti a spostarci per ragioni logistiche e di sicurezza.
Il capitano in piedi sul parapetto, aggrappato ai cavi d’acciaio che reggono l’albero di poppa.
Fede al timone. Eddie e Michelle alle cime.
Tutti pronti a spostare i parabordi dove occorre perche la barca non sbatta contro il molo.
Un’operazione delicata.
Questo vascello non e’ facile da manovare.
Eppure ha funzionato tutto alla perfezione. Credo.
E’ strano. Siamo circondati da marinai in divisa, navi militari e motoscafi della polizia.
Tra il bianco, il grigio e il mare ci siamo noi.
Che cantiamo canzoni prima della cena, beviamo vino e birra sul ponte, lavoriamo costantemente e proteggiamo le corde perche’ non si rovivinino sfregando contro il molo.
Abbiamo copertoni e cesti di vimini appesi lungo i bordi.
Siamo rossi e neri, siamo un mix abbastanza eterogeno di lingue e culture.
Siamo pronti a partire.
Ormai ci siamo tuffati ed e’ tempo di tornare a nuotare.
Talvolta provo a staccarmi dalla situazione e osservo con coscienza. Con precisione.
Provo a concetrarmi sul vento, sui passi che sento sopra il pavimento di legno nuovo di zecca.
Provo a ricordarmi che sotto di me c’e’ acqua e stive ancora asciutte.
Riordino la mia cuccetta sperando di avere tutto quello che mi serve per le prossime settimane.
Ho appeso qualche tessuto del Malawi e un paio di Batique del Mozambico.
Ho addobbato il moi piccolo mondo con l’Africa che sto per lasciare.
Ho comprato qualcosa da sgranocchiare, qualche medicina, un paio di libri.
Ho comprato penne.
E pagine bianche per fermare quello che non cambia,
Per registrare quello che non potro’ raccontare.
Magari mai.
Forse avro’ parole per il giorno del moi ritorno a terra.
Forse saranno dentro qualche bottiglia destinata a spiagge lontane.


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